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LA BUONA SCUOLA OGGI: Documenti e interventi su  "Piano Renzi" (settembre 2014)

(07.10.2016)

Il Piano nazionale della formazione
Direbbe Totò: "Ma per dove vogliamo andare, per dove dobbiamo andare?"

di Italo Bassotto

 

Ridotto all’osso il concetto di piano strategico, consiste nel cercare di rispondere a tre domande:

I.      Quali sono gli obiettivi che si intendono conseguire col piano?

II.    A che punto siamo del cammino sulla strada del loro perseguimento (Totò era in piazza Duomo a Milano!)

III.   Come e con quali risorse possiamo arrivare alla méta?

Questo  in letteratura (più o meno) è il "piano", mi domando: dove sono i tre elementi richiamati dalla battuta di Totò nel Piano presentato dalla Ministra Giovannini? Eppure esso ha una certa consistenza testuale! Trattasi di 88 slides, fra l’altro assai poco “leggibili” nella forma di slideshare: è buona regola che le slides debbano contenere solo schemi o mappe con le parole chiave di un intervento; queste invece sono dei veri e propri testi scritti in forma di saggio e di argomentazione, più che presentazioni di idee concise e con un insight testuale immediato…..

Dove vogliamo andare? Pare che la meta sia il miglioramento del servizio scolastico....; in letteratura gli obiettivi di un piano dovrebbero essere quantificabili e rilevabili: non mi pare che il documento lo faccia.

Per andare da qualche parte, bisogna sapere dove si è: trovate qualche slide dedicata a questa apparentemente banale considerazione? Dei venti anni di esperienza pregressa della formazione in servizio dei docenti non trovo traccia....possibile che l'esperienza non serva a nulla (nel bene e nel male, s'intende)?

Ed infine la domanda chiave: come ci arriviamo (dove vogliamo andare)? Il "corpo" del piano sembra essere questo, ma in realtà più che un corpo mi sembra una accozzaglia gli elementi ammassati e talvolta interconnessi, ma non certamente in grado di dar vita ad un "sistema"...

Che dovrebbe essere fatto da tre motori che lavorano in sinergia: il committente (colui che progetta, organizza, gestisce e valute a le azioni del Piano); il formatore e i destinatari…

 Qui il committente è piarandelliano, uno, nessuno, centomila...il Miur, le scuole (aurtonome, naturalmente!) o loro reti (di scopo, ma anche di ambito!), i singoli insegnanti (chche "comprano" formazione sul "mercato)....il tutto in coerenza (mi raccomando!) con gli obiettivi di miglioramento del PTOF...il committente, poi, dovrebbe occuparsi della organizzazione: serve un budget (quale, se nel dociumento ci sono solo le cifre globali senza nulla al riguardo della loro ripartizione: vengono inventate le Unità Formative, ma non si dice di quanrte ore siano fatte, nè tanto meno quale sia il budget per ciascuna di essse....si parla genericamente di modelli in presenza, su piattaforma informatica o "blended"...si mescolano attività di formazione e ricerca...ed infine si dice che al MIUR sarà intallata una "cabina di regia" con compiti anche di valutazione del piano, su quali basi (indicatori e strumenti) vai a sapere.....

Non migliore sorte tocca ai formatori: tutti sono insieme formatori e destinatari: le agenzie qualificate, quelle certificate, le quali sono associazioni o agenzie formate da docenti e Dirigenti (ma non dovrebbero essere, questi, i “clienti” della formazione, tra l’altro obbligati!)…Per tornare poi alle verifiche: chi assicura l’intera operazione (non la chiamo sistema, perché non lo è) circa la qualità dei formatori? Il mercato, forse? cioè il numero delle scuole e/o degli insegnanti che si iscrivono ai corsi (pardon laboratori, seminari, workshop….)? “ma mi faccia il piacere…..!” (Totò)

Ed infine  vediamo come viene tratteggiato il sottosistema dei destinatari della formazione: sono “tutti gli inseganti di ruolo”, già perché gli altri non ne han no bisogno….Essi possono scegliere di prender parte ad unità formative, purché facenti parte del piano (a livello nazionale, territoriale o della propria scuola)….. il tutto in coerenza con gli obiettivi di miglioramento che ogni scuola si è data nel Rapporto di autovalutazione… E se un istituto ha scritto nel RAV che la scuola deve migliore le pratiche dell’apprendimento cooperativo, mentre il Prof di Agraria ha bisogno di approfondire la conoscenza delle tecniche di coltivazione del cavolo viola (l’approfondimento delle competenze disciplinari è uno dei macroobiettivi del Piano Nazionale!), chi potrà mai obbligare detto prof a lasciare da parte i suoi interessi “colturali” a vantaggio di quella strana cosa che è il “cooperative learning”? E il portfolio, nel quale ogni docente racchiuderà il “tesoretto” delle sue esperienze formative, potrà considerarsi una prova del successo del PIANO o servirà piuttosto a garantire al “raccoglitore” i punti necessari per avere un incentivo in denaro al momento della valutazione del merito? E cosa valuterà il Dirigente del portfolio: il numero delle Unità formative?, il loro grado di coerenza con gli obiettivi migliorativi della scuola? e cosa ci metterà nel portfolio il docente che ha fatto il formatore, invece che il destinatario dei percorsi che ha frequentato? Ed ancora:  le certificazioni che saranno incluse nel portfolio cosa certificano? La presenza (qualcuno più sfacciato direbbe: le ore di “riscaldamento della sedia”)?, la soddisfazione (la formazione non darà la felicità, ma, forse, aiuta!)?, gli apprendimenti (e da quando saperne di più aiuta a fare meglio?) ?, la ricaduta sull’insegnamento (ovvero, i miglioramenti nella qualità delle scelte metodologiche e didattiche in aula)?

 Di tutto questo non c’è traccia nel Piano, o, se c’è, è così sfumata da apparire evanescente… per cui confermo la domanda iniziale: ma è un  piano? O non piuttosto un  documento programmatico, buono per tener…. buoni tutti i protagonisti?

Sopra tutte queste domande ce ne sta una che rende il PIANO NAZIONALE un gigante coi piedi di argilla: non si può servire a due padroni, o si amerà l’uno e si odierà l’altro o viceversa…. Non si può fare un piano con due obiettivi diversi: o la Formazione è funzione della qualità del servizio scolastico o è funzione dello sviluppo professionale di ciascun insegnante… tertium non datur!

Nel primo caso non c’è bisogno di statuire l’obbligo formativo, se non in termini di sanzione per chi non adegua i propri comportamenti al principio dello sviluppo organizzativo della scuola dove lavora. Inoltre non è l’insegnante a scegliere i percorsi formativi, ma la scuola (o le reti di scopo), o, addirittura, come già avvenuto per momenti particolarmente significativi, che rappresentavano cambiamenti epocali nella struttura dei servizi scolastici, l’ Amministrazione centrale o Periferica: si veda il caso della legge 148/92 (la famosa Riforma dei Moduli nella scuola elementare) o, prima ancora, il Piano Nazionale di formazione ai Programmi del 1985. (sempre la scuola primaria, comunque!)

Nel secondo caso, ogni insegnante sceglie la formazione che gli pare e raccoglie i “punti-qualità” in un portfolio che, se il datore di lavoro ed i Sindacati saranno d’accordo, potrebbe servire per un aumento di stipendio o lo sviluppo di carriera! Il principio su cui si basa questa opzione è che inseganti più preparati fanno una scuola migliore: il che è vero solo in parte. Nei paesi del Nord Europa fatto cento l’investimento nel sistema scolastico, la regola è che 60 va in investimenti per il personale e 40 per ambienti, attrezzature organizzazione e gestione (in Italia il rapporto è 90 e 10!!!!). Ciò significa che la qualità della scuola dipende dagli insegnanti per poco più della metà dello sforzo impiegato per l’educazione scolastica, in quelle culture; noi che siamo ancora intrisi di gentilianesimo e che leggiamo l’articolo della costituzione sulla libertà di insegnamento come un diritto individuale (….perché ci piace così, non perché sia così….)   pensiamo che per i nove decimi il successo della formazione scolastica dipenda dalla qualità degli insgnanti…discutibile, per me, ma se la pensano così al MIUR, perché non fare un piano per sviluppare le competenze professionali individuali, senza bisogno di inventarsi finte coerenze tra bisogni individuali dei docenti e obiettivi di miglioramento delle scuole? E perché non usare l’obbligo di formazione come uno strumento “recuperativo” delle buone pratiche di insegnamento per quei docenti che palesemente manifestano carenze e lacune anche gravi nell’adempimento dei loro compiti professionali? Quando facevo l’ispettore, un venti per cento del mio lavoro era dedicato alle cosiddette  “ispezioni disposte”, che per il 90% riguardavano insegnanti in forte disagio nella conduzione della classe, nelle relazioni coi genitori ed i colleghi, nella conoscenza delle materie del curricolo e le loro didattiche….Il guaio era che al termine di una sia pur accurata ricognizione dello stato delle cose i solerti “tutori” dei diritti della persona e della professione prevedevano solo sanzioni (risibili fin che si vuole, ma sanzioni; peraltro con la cosiddetta Riforma Brunetta e successive integrazioni si arriva alla sanzione definitiva, il licenziamento, per i giustizialisti, siccome è previsto per legge, va bene… anche se mette sulla strada una persona a rischio di disoccupazione perenne!). Ebbene, ricordo che più di una volta nei miei rapporti alla Amministrazione che mi commissionava tali compiti suggerivo di fare come faceva Pol Pot in Cambogia : mandare il/la maestro/a (o prof) in un “campo di rieducazione” (metodologica, relazionale o tecnica, a seconda delle carenze rilevate)…. Fuor di metafora ( ma una volta che usai per davvero quella metafora in un rapporto, ci fu un provveditore agli studi che minacciò di denunciarmi!) intendevo dire che la persona in difficoltà, se aiutata ed accompagnata con una formazione adeguata e mirata alle sue effettive carenze avrebbe potuto rientrare nella normale qualità delle prestazioni professionali delle/i sue/i colleghe/i. Questo per dire che esiste anche una funzione “recuperativa” della formazione in servizio, di cui il piano non parla; proprio perché, come diceva Totò, non ha ben deciso se l’obiettivo è avere insegnanti migliori, o fare in modo che inseganti più preparati creino le condizioni perché la scuola dove lavorano sia migliore.

Ho detto che rispetto ai due macro-obiettivi del Piano di formazione: tertium non datur: non datur per la logica e l’organizzazione per il documento Giannini, al contrario, si tenta di saldare i due corni della fiamma, arrampicandosi sui vetri di una raccolta-punti individuale, temperata dalla auspicata (e indimostrabile) correlazione tra domanda individuale e bisogni di miglioramento della scuola.

L’ultima nota critica la voglio fare sull’obbligo di formazione: tutti noi sappiamo (anche per esperienza diretta di insegnanti e formatori) che senza motivazione non si impara nulla e men che meno si modificano i propri comportamenti ed atteggiamenti sul lavoro. Allora la domanda sorge spontanea: obbligare delle persone, per di più adulte e che hanno fatto anni di anticamera (senza nessuno stimolo -quello sì che sarebbe stato auspicabile!- ad incrementare le proprie competenze per entrare finalmente, grazie ad un portfolio ricco di scienza ed esperienza nella stanza del “ruolo”) a frequentare iniziative decise dal Collegio Docenti e magari lontane anni luce dagli interessi culturali e professionali del singolo, è un buon investimento? Quale tasso di probabilità ha di essere una impresa di succeso e non una spesa inutile? Ancora: che senso ha obbligare (e spendere denaro pubblico) per docenti che sono sulla soglia della pensione? e per quelli che partecipano regolarmente alla vita associativa di gruppi professionali (anche se non codificati nel piano di miglioramento della scuola dove lavorano)? per non parlare di quelli che fanno i pubblicisti su materie attinenti la loro attività di docenti o fanno i formatori per conto di enti ed associazioni certificati/e e qualificati/e…..

 Se il piano fosse un piano, e non un documento da leggere per vedere cosa ne pensa l’amministrazione della formazione in servizio dei 750.000 docenti italiani, avrebbe previsto sistemi incentivanti all’accesso alla formazione: o in termini di sviluppo di carriera personale e/o incremento salariale, qualora avesse optato per l’obiettivo: migliorare le competenze dei singoli inseganti; o in termini di sistemi premianti per scuole che, grazie alla formazione del personale, acquisiscono crediti come centri permanenti, specializzati in determinate forme di innovazione scolastica e con essi denaro per mettersi sulla strada della ricerca e sviluppo diventando davvero scuole-polo di riferimento per il sistema e per il mondo accademico e della ricerca. L’idea delle “scuole innovative” della legge 107/15 sembra adombrare questo, come il portfolio sembra esse qualcosa che va nella direzione di un sistema premiante…. ma si tratta di passaggi quasi parentetici, quindi irrilevanti, in un mare magnum di considerazioni spesso inutili, certamente ridondanti…..

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