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LA BUONA SCUOLA OGGI: Documenti e interventi su  "Piano Renzi" (settembre 2014)

(25.09.2015)

Adotta un comma: le riforme come optional?
d
i Franco De Anna


Un autorevole collega ed amico ha lanciato qualche giorno addietro  su Facebook uno slogan che vorrebbe chiamare a raccolta le risorse della scuola per realizzare al meglio (io direi: limitando i danni…) i provvedimenti previsti nella Legge cosiddetta “buona scuola”. Lo slogan suona pressappoco come “Adotta un comma…”. (come si sa quella legge è improvvidamente formulata in un unico articolo e in 212 commi… frutto dei caratteri assunti alla battaglia politico-parlamentare che ne ha accompagnato l’approvazione.. Non proprio il massimo della chiarezza e della univocità interpetativa..).  La mia reazione immediata è stata di drastica disapprovazione e irrigidimento.
Naturalmente capisco l’atteggiamento e le ragioni del collega: in oltre 40 anni di lavoro nella scuola ho operato con un numero elevatissimo di Ministri della Pubblica Istruzione (ne ho perso il conto..); lungo tale storia la sintonia tra le mie opinioni sulla scuola e i diversi provvedimenti ministeriali (spesso ammantati da rappresentazioni riformatrici) si è limitata a non più di un paio di occasioni. La parte più consistente del mio impegno e della mia responsabilità è stata diretta a interpretare, trovare ed esperire le applicazioni pratiche più sensate ed eventualmente meno dannose rispetto alla realtà delle scuole e dei docenti, cogliere gli elementi realmente e positivamente innovativi e insieme limitare i potenziali negativi di interpretazioni improvvide… Un difficile equilibrio tra “giudizio politico” sulle politiche pubbliche seguite e responsabilità personali. Sia come docente (e con responsabilità variegate..) che, in particolare, come ispettore. Ma quell’equilibrio faticoso implica proprio (e qui sta la fatica..) il rigore e la responsabilità di quel “giudizio” sulla “politica pubblica” dell’istruzione seguita dalle diverse amministrazioni. (naturalmente ciò ha il suo “prezzo”..)

Di fronte ad un provvedimento legislativo come quello che si sta tentando di realizzare, a fronte del suo stesso percorso sia legislativo che di programma politico dichiarato e del confronto pubblico che su di esso è stato sollecitato, a fronte delle ambizioni dichiarate e sintetizzate nello slogan de “La buona scuola”, credo che ritrovarsi a suggerire “adottiamo un comma” costituisca un serio ma sintomatico infortunio.
Non è tanto il disaccordo con lo slogan che qui mi interessa sottolineare (in fondo si tratta di giudizi personali... ciascuno è responsabile di ciò che dice e pensa; sperando che le due attività del pensare del dire corrispondano ).

L’infortunio è costituito dalla sproporzione tra le ambizioni riformatrici dichiarate (qualunque sia il giudizio nel merito..) e un invito che sembra fare di esse un oggetto di optional

Sicchè la individuazione di un possibile terreno di “mediazione ragionevole” (tra realizzare il realizzabile e limitare i danni) rischia di presentarsi non come la “fatica responsabile” di chi comunque ha il compito di “mandare avanti le cose al meglio”, ma di “sponsorizzare” questo o quell’aspetto di un complesso confuso di misure comunque sancite istituzionalmente da una legge, per confusa e discutibile che sia.
Il rischio vero di tale scelta (e qui sta l’origine della mia contrarietà) non è quello del trovarsi comunque ad operare anche a fronte di “giudizi politici” avversi (ripeto: è la storia professionale di tanti di noi..) ma quello di favorire proprio ciò che non si vorrebbe: lo smarrimento della dimensione istituzionale del proprio lavoro e dei suoi vincoli, declinando una dimensione “opzionale” delle stesse scelte (a parole) riformatrici. Se fossi un “appassionato” della “buona scuola” ne sarei davvero più che contrariato. E, parimenti, se fossi un acerrimo avversario…

Ma l’approccio alle riforme come “optional” trova in questa piccola polemica, solo uno spunto. Credo che la problematica abbia ben più ampio spessore e investa responsabilità individuali, collettive, professionali, generalmente di cittadinanza, di interpretazione e riproduzione dell’opinione negli apparati mediatici, molto più ampie.
Sono più che convinto che ogni “riforma seria” non possa contare, se davvero incisiva, sull’entusiastico accompagnamento del consenso di massa. Almeno non in una società complessa e segmentata e che abbia superato (almeno per ora) la fase del “pane e libertà”, usufruendo di entrambe le cose, ovviamente non in modo eguale e totalmente soddisfacente, e la cui articolazione di ceti, interessi, rappresentanza abbia superato invece il classico dualismo di classe.
Anzi, paradossalmente, una riforma che segni il consenso unanime, in realtà non è una riforma: è puro adeguamento ad una realtà già “conformata”…
Ciò è tanto più vero se si guarda a segmenti di operatività dello “Stato sociale” (dalla sanità, alla scuola, al sistema pensionistico) o a meccanismi operativi della Pubblica Amministrazione che incidono sia su tale operatività (per esempio la distribuzione e l’esercizio delle competenze pubbliche nella produzione di servizi di cittadinanza), sia nel rapporto con i cittadini.
Ogni disegno autenticamente riformatore incide su interessi consolidati, sposta convenienze certe verso prospettive incerte, ridistribuisce e rifinalizza risorse, impegna verso il futuro la rinuncia a soddisfazioni immediate.

Per tutti questi motivi, una reale strategia riformatrice interroga l’intera stratificazione sociale e innesca dislocazioni, faglie; reclama responsabilità e scelte da parte dell’intera compagine sociale. Ma in tale “interrogazione” pone responsabilità particolari e specifiche a tutti i ceti e le professioni che, sia pure in modo diverso, operano nella costruzione e traduzione e mediazione di significati tra le istituzioni e la società.
Mi riferisco particolare a chi per collocazione professionale e sociale ha responsabilità di gestione ella cosa pubblica (l’Amministrazione) e dunque di “realizzazione” delle scelte di politica pubblica; e a chi si misura professionalmente e socialmente con la rielaborazione dei significati e della “cultura sociale”: gli intellettuali, intesi in senso lato (dai maitre a pensee, agli operatori dei media e dell’informazione, agli insegnanti…).
E’ a partire da tale considerazione che l’immagine della riforma come optional diventa inaccettabile, e segno del declino di tali responsabilità. Se tutti sono riformatori, significa non solo che nessuno lo è, ma anche che il confronto cultuale e politico si inquina fino alla insignificanza e/o alla distorsione di significati.

Voglio solo fare un esempio e che ha a che fare solo marginalmente con la scuola.
La Legge di riforma delle Province (Legge 56 dell’aprile 2014) prevedeva che “… le Pubbliche Amministrazioni riorganizzano la propria rete periferica individuando ambiti territoriali ottimali di esercizio delle funzioni non obbligatoriamente corrispondenti al livello provinciale o della città metropolitana… La riorganizzazione avviene secondo piani adottati dalle pubbliche amministrazioni entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge… I piani sono comunicati al Ministero dell’Interno per il coordinamento della logistica sul territorio, al commissario per la spesa ed alle Commissioni parlamentari competenti…. I piani indicano i risparmi attesi… nel successivo triennio…”.
Stando alla norma, entro Ottobre 2014 i piani di riorganizzazione territoriale delle pubbliche amministrazioni avrebbero dovuto essere formulati e valutati sia sotto il profilo dei miglioramenti di  efficienza di erogazione dei rispettivi servizi, sia sotto il profilo dei risparmi di spesa connessi.
L’attenzione del dibattito “riformatore” si incentrò, come noto, quasi esclusivamente sulla “questione Province”, ovviamente scontando e scontrando la stratificazione di interessi, attese, abitudini che inevitabilmente vi erano/sono connesse.
In realtà per molti aspetti di quel disegno riformatore, (efficienza dei servizi, risparmio di spesa, opportuno dimensionamento territoriale, integrazione, riallocazione del personale…) i commi citati e riferiti ai piani territoriali delle singole amministrazioni, hanno (avrebbero) rilevanza superiore a quella relativa al superamento delle Province…
Anche se si comprendono i motivi per i quali “l’occhio politico” abbia fissato lo sguardo su un livello istituzionale (elettivo), ne risulta un evidente strabismo. Certo non si può che constatare che avere posto sotto l’orizzonte la questione della riorganizzazione territoriale delle pubbliche amministrazioni abbia significato svuotare di sostanza preziosa il disegno riformatore ed il dibattito politico, culturale, economico ad esso sotteso, e deformare e deviare l’attenzione e la partecipazione politica.
Questi non sono “accadimenti” casuali. Vi sono responsabilità culturali e politiche nel scegliere certe “scale di valore e priorità” piuttosto che altre, sia nella attività di realizzazione del dettato normativo, sia nell’orientare il dibattito ed il confronto politico.
Di “piani” di riorganizzazione territoriale delle pubbliche amministrazioni non se ne son visti e tanto meno dunque sono state vagliate congruenze e gli effetti di efficienza e di risparmio di spesa pubblica.…

Le responsabilità di avere disatteso una “legge dello Stato” di chi sono? (girare la domanda a tanti costituzionalisti indignati/improvvisati..)
Torniamo al sistema di Istruzione: con quali piani di riorganizzazione territoriale della amministrazione scolastica siamo stati chiamati a confrontarci da parte del MIUR (ricordo che la legge affidava alle singole amministrazioni il compito della prima formulazione dei piani territoriali, e non poteva che essere così posto che il grado di efficienza dei servizi è legato per intensità e dimensione ai caratteri specifici degli stessi…)? E da parte della ventina di Dirigenti Regionali (prima fascia) e delle decine di Dirigenti di seconda fascia, responsabili degli uffici e in buona parte operanti sul territorio… dunque direttamente “interessati e competenti” quali interventi, suggerimenti, dichiarazioni, sollecitazioni?
Si tratta di un  esempio di concezione e pratica delle riforme come optional?
Conseguenze deformanti della stessa politica riformatrice: la questione, che è oggettivamente cruciale sia per gli aspetti del rapporto tra cittadini e servizi della Pubblica Amministrazione, sia per le questioni cruciali della efficienza di spesa, non è ovviamente stata accantonata.
Entra invece a far parte della più generale normativa di riforma della Pubblica Amministrazione.

Si tratta di una Legge delega, e tra le deleghe affidate al Governo vi è anche quella di procedere al ridisegno territoriale delle pubbliche amministrazioni (lo farà direttamente il Governo e con forza di legge).
A parte il dilazionarsi dei tempi (e non è poca cosa) è possibile che, alla fine, il risultato vi sia.
Ma è evidente che questa vicenda mostra in modo quasi esemplare differenze profonde nelle diverse opzioni di politica riformatrice: un ceto dirigenziale della Pubblica Amministrazione che, chiamato a dare attuazione alle riforme si immobilizza (quando non sia apertamente ostile); un decisore legislativo che si limita a “proclamare”; un Esecutivo che, alla fine, avoca a sé l’intera materia come delega…
E nel mentre si dilatano opportunisticamente i tempi e modi per cercare di ricomporre faticosamente interessi piccoli o grandi che dal processo autenticamente riformatore avrebbero “qualche cosa da perdere” (Ma c’è sempre  qualche “ricorso” da fare e magari da vincere   ).

Se rileggiamo l’intera vicenda della Legge sulla cosiddetta “buona scuola” usando la medesima lente che qui propongo, non sarà difficile scorgere le simmetrie e gli isomorfismi, indipendentemente che ci si collochi tra gli strenui oppositori, o tra gli entusiasti sostenitori… Un mix di “falsi bersagli”, di parzialità del dibattito politico, di incongruenze tra dichiarazioni normative e applicazioni amministrative, di discussione politica “irriducibile”, intrecciata a scorciatoie decisionali rese “realistiche” da quella stessa irriducibilità (salva anime).

Fino ad arrivare, appunto, a scegliersi l’optional riformatore adeguato…
In una “narrazione” (così si dice?) politica come questa, indovinate chi vince?

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