Direzione didattica di Pavone Canavese

Educazione interculturale: interventi, documenti e materiali

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(19.10.2009)

E’ l’ora delle religioni? Parliamone.

E’ con sempre maggiore fastidio che assisto a dibattiti che hanno a che fare in qualche modo con la dimensione multiculturale della società in cui viviamo. Fastidio generato non dal rifiuto al dialogo o dalle idee espresse dalle ipotetiche controparti, quanto piuttosto dal fatto che in realtà la dimensione multiculturale è spesso solo una scusa, una occasione, per parlare d’altro. Il ring scelto per demonizzare avversari politici o per cercare di portare dalla propria parte l’opinione pubblica e le sue emozioni.

Giorni fa nelle strade della città in cui vivo vi è stata una aggressione in pieno giorno da parte di un cittadino straniero. Subito c’è stato chi ha chiesto l’esercito a Parma. Cosa che non è certo stata fatta, per esemplificare con una certa brutalità, per dare “sicurezza” ai cittadini truffati, anni fa, dal crac Parmalat (14 miliardi di euro. Dico 14 miliardi di euro: quasi due riforme della scuola….).
Men che meno è stata fatta per dare sicurezza i cittadini dopo gli efferati delitti (uno tra tutti quello del bimbo Tommy) che negli anni scorsi hanno segnato la vita di questo che tutti considerano un tranquillo borgo padano (…chiedo scusa: capitale…)

Il Burka a scuola?

E invece quasi quasi si chiama l’esercito per controllare che le studentesse islamiche non entrino a scuola con il burka. Ma quando mai?
Molto stupore ha generato pochi giorni la presa di posizione di sheik Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, in Egitto. Egli ha infatti dichiarato che il velo integrale, il burka, non ha nulla a che fare con l’Islam.
Proprio negli stessi giorni la Lega Nord ha proposto una correzione alla Legge Reale che vieta, per motivi di ordine pubblico ed in specifiche circostanze, l’uso di caschi o copricapi che rendano impossibile l’identificazione di una persona. Pochi giorni dopo anche il Ministro Gelmini ha sostenuto che il burka è vietato nelle scuole italiane.
Possiamo così sostenere che finalmente esiste un accordo profondo tra le posizioni della Lega Nord, del Ministro dell’Istruzione e di una delle massima autorità islamiche al mondo. Ed è giusto che sia così.
Caso mai sarebbe utile riflettere sul perché il burka, così poco diffuso sino a poche decine di anni fa, sia assurto negli ultimi tempi a simbolo non solo e non tanto di appartenenza all’islam ma soprattutto di appartenenza a gruppi sociali che intendono contrapporsi in modo radicale, anche con questo segno, alla cultura occidentale. Non si tratta dunque tanto di uno scontro religioso quanto di uno scontro politico, economico e culturale.

Del resto, sarà bene ricordarselo, le truppe della Nato, e quindi anche le truppe italiane, sono andate nove anni fa in Afghanistan per portare la democrazia e, tra le altre cose, per liberare le donne dalla oppressione sintetizzata nel burka.

A nove anni di distanza la democrazia non si vede (di essa sono rimasti solo i brogli elettorali e ad oggi, dopo due mesi, non si sa ancora chi abbia vinto o no le elezioni!!!), le donne continuano a portare il burka come se non più di prima. E il prodotto su cui si regge l’economia afgana è ancora l’oppio. Insomma: un successone.

Quando sulle vie delle nostre città ci capita di veder passare una donna prigioniera del burka è a tutto questo che dobbiamo pensare. Alla lotta fra simboli ed universi simbolici che ancora una volta ha scelto il corpo delle donne per manifestarsi. Risultando così doppiamente violento.

 

Complimenti a Banca Etica. Complimenti davvero !!!

Comunque sia, la legge proposta prevederebbe sino a due anni di carcere per chi viene colto a portare il burka.

Al contrario, se invece del burka qualcuno porta (anzi, riporta) in Italia milioni o miliardi di euro abusivamente posseduti all’estero, non solo non viene multato, processato, incarcerato o additato al pubblico come un ladro ma se la cava con un solo 5% di contributo ed una pietra tombale su quasi tutti i reati fiscali compiuti negli anni precedenti.

Ho chiesto al mio commercialista se potevo fingere (o anche farlo davvero: ero pronto a rimetterci) di riportare in Italia 100 euro dalla Svizzera o dall’Austria. Così, per evitare eventuali multe future per errori materiali nelle dichiarazioni dei redditi. Mi ha detto di no: 100 euro sono troppo pochi. Avessi evaso un milione di euro allora si…

E, chiudo qui, complimenti allora a Banca Etica ed Etica SGR che hanno deciso che non accetteranno i capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale e di conseguenza non predisporranno alcuna misura commerciale e operativa al fine di attirare tali capitali o facilitarne il rientro. Per essere ancora più chiari ed espliciti, perché mica tutte le banche sono uguali, Banca Etica scrive che: “Mentre la maggior parte degli istituti di credito stanno mettendo in campo “task forces” di esperti e strumenti finanziari ad hoc per intercettare il ghiotto boccone dei capitali occultati e ora in via di rientro, Banca Etica opera una scelta di sobrietà e responsabilità che va anche nella direzione dell’educazione finanziaria e della responsabilizzazione dei cittadini”.

 

L’ora di Islam

Il 17 ottobre il Corriere della Sera riporta gli esiti di un dibattito e di una ricerca curati dalla Fondazione finiana “Fare Futuro” e dalla Fondazione Italianieuropei di D’Alema e Giuliano Amato sintetizzando il tutto in titolo molto chiaro “Ora di religione islamica”.
Inutile dire che ci sarà chi si straccia le vesti, a partire dal partito politico che ha scelto come proprio colore proprio il verde islamico. Ma non è questo che qui mi interessa. Come non mi interessa lo stupore suscitato in molti dalla presa di posizione  della Congregazione Vaticana per l’educazione cattolica (maggio 2009) che rivendica l’insegnamento confessionale della religione a scuola.
Ciò che mi interessa ha a che fare con l’importanza delle religioni nella costruzione identitaria contemporanea e con la conseguente necessità che la scuola, come laboratorio di educazione alla convivenza democratica, sappia affrontare in modo il più coerente possibile questo tema.

Ma ripartiamo proprio dal documento della Congregazione Vaticana, dove, ovviamente per religione si intende religione cattolica.  Ma sarà proprio così? Proviamo a leggerne qualche passo:

 

10. L’insegnamento della religione nella scuola costituisce un’esigenza della concezione antropologica aperta alla dimensione trascendente dell’essere umano: è un aspetto del diritto all’educazione (cfr c. 799 CIC). Senza questa materia, gli alunni sarebbero privati di un elemento essenziale per la loro formazione e per il loro sviluppo personale, che li aiuta a raggiungere un’armonia vitale fra fede e cultura. La formazione morale e l’educazione religiosa favoriscono anche lo sviluppo della responsabilità personale e sociale e le altre virtù civiche, e costituiscono dunque un rilevante contributo al bene comune della società.

 

11. In questo settore, in una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni dei genitori. Il Concilio Vaticano II ricorda: «[Ai genitori] spetta pure il diritto di determinare la forma di educazione religiosa da impartirsi ai propri figli secondo la propria persuasione religiosa (...). I diritti dei genitori sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori o se viene imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia completamente esclusa la formazione religiosa» (Dichiarazione Dignitatis humanae [DH] 5; cfr c. 799 CIC; Santa Sede, Carta dei diritti della famiglia, 24 novembre 1983, art. 5, c-d). Questa affermazione trova riscontro nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26) e in molte altre dichiarazioni e convenzioni della comunità internazionale

 

 12. La marginalizzazione dell’insegnamento della religione nella scuola equivale, almeno in pratica, ad assumere una posizione ideologica che può indurre all’errore o produrre un danno agli alunni. Inoltre, si potrebbe anche creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”.

 

Sia chiaro: non ho tolto alcuna parola e la citazione è integrale. Provate a rileggerla non da un punto di vista di una persona cattolica o cristiana ma dal punto di vista di un genitore musulmano. Che idea vi fate? Che i vostri figli hanno diritto, lo dice persino la chiesa cattolica, ad avere un’ora di religione islamica a scuola !!!

Certo, si tratterà di dibattere su chi la insegna. Non sarà certo un iman che parla solo in arabo. Ma il problema non sarà certo questo, visto che in Italia gli insegnanti di religione cattolica sono indicati dal vescovo e malgrado questo sono di ruolo nella scuola pubblica (e se diventano atei o divorziano o non vanno più bene al nuovo vescovo rimangono comunque a lavorare nella scuola come docenti di altre discipline). Una soluzione, nel caso, si troverà…

Ma è questo che vogliamo? Che nella scuola pubblica (nel senso di luogo abitato dalla pluralità) si intrufoli il comunitarismo che tende a ricostruire ghetti identitari? E’ questo che la scuola deve fare? Aprire un’ora di religione per tutte le religioni che vivono al proprio interno?

 

Il Muro di vetro.

In questi mesi è stato pubblicato un volume, curato da Brunetto Salvarani e Paolo Naso, intitolato Il muro di vetro. Si tratta del primo rapporto sulla dimensione multi religiosa in Italia. L’Italia si trova, scrivono Naso e Salvarani, come di fronte ad un muro di vetro: vede il pluralismo, ne coglie gli aspetti esteriori – il ramadan, la spiritualità pentecostale, il rigore dei testimoni di Geova, le mizvot ebraiche, la meditazione orientale, gli incensi e le icone ortodosse, il tempio sik o le moschee…. – ma non è in grado di interagire consapevolmente con questa realtà: due mondi prossimi l’uno all’altro, l’uno dentro l’altro, ma separati da muri di vetro costruiti su perimetri irregolari che creano intersezioni e persino familiarità, ma mai contatto e relazione.

E perché non è in grado di interagire? Perché nessuno insegna l’alfabeto minimo dell’incontro tra le religioni.

Ovvero: nessuno conosce davvero l’abc delle altre religioni, i simboli, i testi sacri, le divinità, le concezioni del mondo, i valori di fondo.

Così, nel tempo in cui le religioni costituiscono ogni giorno di più uno degli elementi della costruzione identitaria si fa di tutto affinchè le altre religioni restino o sconosciute o vengano descritte come fonte di terrorismo, figlie del male, portatrici di violenza o simili.

 

L’alfabetizzazione ai vissuti religiosi

 

Come si può pensare che i cittadini di domani (ma anche di oggi) possano vivere assieme gestendo nonviolentemente i conflitti se si fa di tutto perché rimangano analfabeti dal punto di vista religioso?

Altrove esistono esperienze ricchissime. Tra queste va citata l’esperienza di Bradford che ha dato vita al famosissimo Syllabus di Bradford (si veda il curriculum al sito http://www.globalinterfaithed.org/curricula.htm).

In Italia chi ha approfondito e sperimentato il percorso Bradford si rifà alla rivista CEM Mondialità – Mensile di educazione interculturale  (www.cem.coop) – che da anni si è fatta promotrice del Syllabus. Al riguardo si consigliano due volumi. Il primo curato da Fabio Ballabio e Paolo De Benedetti si intitola emblematicamente “È l'ora delle religioni. La scuola e il mosaico delle fedi” (Emi 2002) mentre il secondo, scritto proprio da Brunetto Salvarani, si intitola Educare al pluralismo religioso. Bradford chiama Italia 

Scrive Brunetto Salvarani (che oltre che uno dei massimi esperti di questo argomento in Italia dirige la rivista CEM Mondialità), “obiettivo dichiarato del sillabus è di imparare le religioni e di imparare dalle religioni, nel pieno rispetto della pluralità. Viene anche chiarito che l’educazione religiosa a scuola non può coincidere con il catechismo o il proselitismo: l’adesione confessionale, infatti, rimane di competenza delle famiglie e delle comunità religiose. La scuola si assume il compito interculturale di formare alle giovani generazioni esperienze di riflessione sui differenti modi di vivere l’esperienza del sacro e di dare risposte ai grandi bisogni di senso” (2006, pag. 125).

Non si tratta, ovviamente, di giungere alla conclusione che le religioni sono tutte uguali (o peggio che una è migliore di un’altra o che tutte le religioni possono essere riassunte in una concezione sincretica costituita da una vaga trascendenza ed una serie di comuni principi morali) quanto piuttosto che è possibile trovare all’interno dei differenti credo valori non troppo distanti e che tutti gli esseri umani sono portatori di istanze e bisogni simili ai quali hanno fornito in tempi e spazi differenti, differenti risposte.
E, soprattutto, che se si vuole convivere nella stessa città è necessario conoscere almeno l’ABC della esperienza religiosa degli altri.
E a chi spetterebbe il compito di insegnare questo ABC? Chi dovrebbe, per mestiere, alfabetizzare i cittadini di domani?
La scuola, si dirà.

Risposta giusta. Questo è proprio il compito della scuola. Ma lo fa?

Aluisi Tosolini

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