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Il dibattito (sulla scuola, ma non solo...) - a cura di Enio De Marzo

(15.09.2012)

Beata gioventù

 

I docenti italiani sono vecchi, stando almeno alle statistiche, prontamente rilanciate (e ingigantite) dai nostri mezzi di informazione, soprattutto ora che l’anno scolastico (tra notebook, tetti che crollano, corsi, concorsi e ricorsi) sta ricominciando in tutto il paese. Cinquant’anni: questa l’età media dei docenti italiani, la più alta d’Europa. Un brutto dato …

La statistica è una scienza di un’utilità straordinaria, capace di correre in aiuto ad ogni genere di attività umana e a tutte le altre scienze. Ma i suoi dati, per loro stessa natura freddi, se non analizzati a fondo, rischiano di portare fuori strada. Se, per esempio, nella città “Tizia” si dice che il reddito medio è di 25.000 euro e nella città “Caia” di 50.000, è corretto affermare che i residenti della seconda vivono assai meglio di quelli che abitano nella prima? Non proprio, in quanto il dato di Tizia potrebbe risentire, per esempio, della presenza dei cinque uomini più ricchi del paese, come la seconda alcuni quartieri molto poveri. Ed è per questo che la statistica si dota di correttori, come la media ponderata per esempio, per evitare, di prendere cantonate, o meglio, di farle prendere ad altri che usufruiscono dei suoi servigi.

Che cosa si nasconde dietro il dato relativo ai docenti italiani, a quei “cinquant’anni” che tante polemiche continuano a suscitare? In primo luogo non è ancora chiaro se si tratta dei soli docenti a tempo indeterminato oppure se comprende anche i precari (che sono mediamente più giovani). Un problema, questo, che rimanda ai criteri di reclutamento del personale scolastico, che il freddo dato statistico nasconde. Anche in Italia gli insegnanti arrivano giovani dietro la cattedra: se sono fortunati, ottengono un contratto annuale (si fa per dire, perché solitamente lascia scoperti i mesi estivi!), altrimenti gli tocca attendere, con ansia, le supplenze delle singole scuole, solitamente più brevi. Potrebbe trattarsi di una sorta di apprendistato (all’italiana) … se durasse poco. E invece si trasforma in una condizione esistenziale. E questo spiega perché i docenti a tempo indeterminato (un tempo si sarebbe detto “di ruolo”) sono “vecchi”. Ma vecchi, poi, rispetto a che cosa? L’età media degli italiani è di ben 43 anni, tra le più alte d’Europa! A chi imputare questo dato? Alle coppie omosessuali? Alle onde magnetiche dei telefonini? Ai preservativi nelle strade? Guardando i dati relativi alle politiche di welfare – così si fa con i dati statistici: li si compara! – si nota come l’età media scenda con l’aumentare della spesa destinata alle giovani coppie, alla protezione delle donne sul posto di lavoro, ad un sistema pensionistico che non penalizzi i più giovani. E si tratta di nazioni dove i preservativi vengono distribuiti nelle scuole, dove divorzio e aborto sono leggi dello Stato non contestate se non da settori estremistici, dove le coppie omosessuali vengono riconosciute da decenni e dove i telefonini spopolano come da noi!

Cinquant’anni uno scandalo? E che dire allora dell’età media dell’attuale governo? Sessantaquattro anni, la più alta d’Europa! E il mondo della politica conosce criteri di selezione assai più selli di quelli della scuola: la cooptazione, l’ereditarietà delle cariche e via dicendo. Ma a battere tutti sono banchieri (in compagnia dei vescovi cattolici): 67 anni! Scandalo? Neanche a parlarne: non una parola dai giornali e non una parola dal governo … e dai suoi banchieri.

Anche le professioni sono piuttosto vecchie e tra queste professioni c’è quella giornalistica. Dati ufficiali non se ne trovano sul web. D’altro canto, il mondo dell’informazione è un vero e proprio ginepraio di contratti, dove, a fronte di pochi e garantiti giornalisti di una certa età, vi è la massa dei precari. Una situazione che – guarda il caso! – ricorda proprio quello della scuola: in entrambi a mandare avanti la baracca sono soprattutto i precari, gli sfruttati, i disperati. Ma della spaventosa situazione in cui versano migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, non vi è traccia sugli organi di informazione. La disperazione e la rabbia dei giornalisti precari si esprime invece sul web, sui siti, i blog e i forum autorganizzati.  Disperazione e rabbia che i docenti comprendono molto bene, vivendo da anni, anzi da decenni la medesima condizione.

Diventare giornalista non è certo un’impresa facile. Tutto ruota attorno all’Ordine dei Giornalisti, che decide i criteri di selezione e il numero dei fortunati. Un ruolo che nel mondo della scuola spetta allo Stato. E siccome lo Stato non è un’entità che si autogoveran, va da sé che è continuamente sotto scacco di chi ha in mano le sue redini, dei capricci dei vari ministri dell’istruzione, dell’economia o delle finanze che sanno sempre, molto bene, dove andare a parare per coprire questo o quel buco o per fare un favore alle scuole private. Ecco perché la scuola è nel caos. Ma il mondo dell’informazione preferisce addossare tutte le colpe sui docenti …

Stando a quanto si legge sul sito dell’Ordine, per diventare giornalisti bisogna “svolgere 18 mesi di praticantato e frequentare uno dei corsi di formazione o preparazione teorica, anche a distanza, della durata minima di 45 ore”, corsi – si tiene a precisare – “promossi dal Consiglio Nazionale o dai Consigli Nazionali dell’Ordine medesimo”. In alternativa si può fare valere la “frequenza biennale in una delle scuole di giornalismo”, naturalmente solo in quelle “riconosciute dall’Ordine medesimo”, i cui costi variano da ottomila a ventimila euro. Al termine di questo “apprendistato”, i candidati dovranno superare un esame d’idoneità, interamente gestito dall’Ordine, naturalmente. Uno sbattimento non da poco. Ma allora non si capisce perché tanto accanimento nei confronti degli insegnanti della scuola pubblica, i quali, ai tempi delle Scuole di Specializzazione, quelle che la ministra Gelmini ha cancellato definitivamente, dovevano prima sottoporsi ad una selezione preliminare, quindi frequentare centinaia e centinaia di lezioni frontali (altro che a distanza!), tirocini in classe, relazioni, compiti e infine sostenere un esame con annessa discussione di una tesina, per trovarsi, alla fine, con una abilitazione da spendere nelle graduatorie oggi chiamate “ad esaurimento”, cioè per entrare ufficialmente a fare parte del precariato scolastico. L’altro canale, il concorso, prevedeva un esame su tutto lo scibile umano, scritto e orale. Scambierebbe un giornalista affermato e ben protetto dal suo Ordine la propria professione con quella di un docente? Non credo.

I docenti potranno pure essere prossimi all’ospizio, ma comprendono pienamente la rabbia e la disperazione dei tanti precari giornalisti. Quella stessa sensibilità che i giornali non mostrano mai nei loro confronti. Anzi, spesso dalle critiche si passa direttamente agli insulti. Vecchi! Ma perché e rispetto a chi o a che cosa? Ed essere vecchi è una colpa, come lo è dello Statuto dei Lavoratori avere creato la disoccupazione? Follia!

I vecchietti con le stampelle che quotidianamente si recano al lavoro per formare giovani provenienti da tutti i settori sociali (non come nelle private!), che si occupano di chi mostra differenti abilità (non come nelle private!), che leggono quotidianamente critiche e insulti non nascondono affatto i mali del mondo in cui e per cui lavorano, tutt’altro: spesso sono loro a denunciarli, tra l’indifferenza generale. Accade la stessa cosa nel mondo dell’informazione? Già, perché, stando ai dati statistici!, l’Italia occupa ancora oggi la non invidiabile sessantaduesima posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa, preceduta, tra le tante, da nazioni come Capo Verde e Namibia. Si dirà che la colpa non è dei giornalisti ma dei politici. E la colpa dei mali della scuola da dove provengono?

 Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.
Cesare Cantù, Attenzione!, 1871

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