Direzione didattica di Pavone Canavese

Il dibattito (sulla scuola, ma non solo...) - a cura di Ennio De Marzo

(08.10.2009)

Dove è nata la nostra Costituzione ?
 

PavoneRisorse è un sito che si occupa anche di politica scolastica.
La pubblicazione di un intervento di commento alla sentenza della consulta sul Lodo Allfano può sembrare dunque fuori luogo.
In realtà Ennio De Marzo prende spunto dalla vicenda per una riflessione sulla Costituzione e per ricordarci che il testo della principale legge della Repubblica
può diventare anche una piacevole e istruttiva lettura.
In effetti la Costituzione dovrebbe essere letta in tutte le scuole italiane, dalla scuola primaria fino all'ultimo anno di liceo (ovviamente a livelli di complessità diversi).
Ecco perchè ho deciso di pubblicare l'intervento di Ennio: non è "off topic", ma anzi rientra pienamente nel dibattito sulla questione della educazione alla cittadinanza.
Leggere e discutere la Costituzione con i propri ragazzi deve essere un impegno  di ogni scuola che voglia davvero contribuire a promuovere i valori più profondi della democrazia. (r.p.)
 

La Costituzione della Repubblica italiana è un testo molto semplice, di facile lettura, alla portata di tutti coloro che sappiano almeno leggere, quanto meno nella sua prima parte, quella dei cosiddetti “principi fondamentali”.
Essa è stata redatta alla fine della II Guerra Mondiale, dopo la caduta della dittatura fascista, da una Assemblea per la prima volta eletta a suffragio davvero universale, cioè con il concorso anche del voto femminile. Il compito che quella Assemblea si pose sin dal suo nascere fu molto arduo: ricostruire il paese su nuove basi, su nuove fondamenta in grado di fare dell'Italia uno Stato a tutti gli effetti democratico, come non era mai stato prima.
Un nuovo patto insomma – come afferma Umberto Terracini, il Presidente dell'Assemblea – che potesse stringere  “in amicizia e fraternità tutto il popolo italiano”.
Ma per fare ciò occorreva, appunto, mettere in piedi un testo che venisse incontro ad una realtà ancora, per certi versi, sottosviluppata, con una massa di analfabeti o semianalfabeti, con una opinione pubblica annientata da venti anni di dittatura fascista. Nasce su queste basi la Costituzione Italiana.
Allora come oggi, molti passaggi lasciano pochi spazi a dubbi circa la loro interpretazione. Prendiamo l'articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Non c'è bisogno di spendere troppe parole, il significato è chiaro, lampante: tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge. Puoi essere anche l'uomo più potente d'Italia ma se commetti un reato ne rispondi come l'ultimo dei poveri.
Semmai a complicare il quadro e il passaggio successivo del medesimo articolo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Insomma, la Repubblica è conscia che le disparità economiche e sociali possono minare tale eguaglianza.
Di conseguenza, la Repubblica si pone il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono “il pieno sviluppo della persona umana”. Qui la complessità è tale che occorrono capacità e competenze non comuni e il discorso si fa a tutti gli effetti politico.
E, politicamente, è possibile oggi giudicare se la Repubblica, attraverso i governi che l'hanno guidata, abbia o meno ottemperato agli obblighi che lei stessa si impose sin dalla sua nascita. Bisognerebbe portare la questione davanti alla Corte Costituzionale.
Le disparità sociali ed economiche possono a tutti gli effetti minare quelle giuridiche, in quanto il potente può garantirsi non solo un pool di avvocati in grado di trovare i cavilli che alla fine depotenziano anche una eventuale sentenza, ma anche contare su forze politiche, economiche, sociali e massmediatiche in grado di condizionare la giuria. Insomma, la Repubblica dovrebbe davvero intervenire affinché i deboli non vengano stritolati dai forti almeno sul piano giuridico.
E invece la Repubblica, nella persona, istituzionale, della Corte Costituzionale, ha dovuto fare di recente i conti con un provvedimento governativo noto al grande pubblico con il nome di “Lodo Alfano”.
Meno noto è il significato del termine: chi o che cosa è un “lodo”? E chi o cosa è “Alfano”?
Se si fa un giro su internet si capisce come non sia così semplice rispondere alla prima domanda. Volendo volontariamente sottrarmi ad un confronto con chi ha conoscenze e competenze in questo campo, sottolineo come l'etimologia del termine rimandi al latino Laus, che significa “lode” e lascio al lettore tutte le considerazioni del caso.
Su “Alfano” penso che ormai i dubbi siano pochi e quindi tralascio ogni considerazione in merito.
Semplificando la questione, il “Lodo Alfano” è un provvedimento con cui si tende a sottrarre alla giustizia italiana le quattro più alte cariche dello Stato, cioè quattro cittadini in carne ed ossa, che certo non appartengono ai ceti deboli.
È costituzionale un simile provvedimento? Stando all'articolo 3 non dovrebbero sussistere dubbi: se anche solo un cittadino non è uguale agli altri di fronte alla legge, allora si contravviene ai dettami costituzionali.
E c'era bisogno di una sentenza della Corte Costituzionale, per di più dopo quasi quarantotto ore di camera di consiglio e nemmeno alla unanimità? Trattandosi di eguaglianza di fronte alla legge - dunque non di eguaglianza politica né sociale - cioè del fondamento di uno Stato liberale, che è creazione antica e non recente, di un diritto ormai penetrato a fondo nella coscienza delle pubbliche opinioni occidentali, che sono tali perché vivono, appunto, in uno Stato liberale, non serve nemmeno conoscere la Costituzione, poiché si dà per scontato che esista una norma che sancisca un tale diritto.
Provate ad andare in giro a urlare “io sono contro l'uguaglianza di fronte alla legge” e come minimo sarete sommersi dalla risate … come minimo.
Ma non in Italia, dove un intero governo, forte della stragrande maggioranza dei mezzi di informazione e probabilmente del consenso della maggioranza della popolazione, è convinta che vi sia chi si possa sottrarre alla legge in quanto super pares (altro termine sparato lì a caso senza conoscerne il vero significato: la “gente”, non chi l'ha pronunciata, ben inteso).
Ed una parte di questa maggioranza è disposta anche a portare in piazza “il popolo” a difesa di un privilegio che riporta le lancette della storia indietro di quattro secoli.
Di fronte alle dichiarazioni dei maggiori esponenti di questo Governo e soprattutto di quelle dei Ministri, che hanno prestato giuramento sulla Costituzione della Repubblica italiana, ci si sente disarmati: l'ignoranza appare banale quanto per Hannah Arendt lo era il male dei soldati nazisti.
A tutti costoro, uomini e donne di governo, ma soprattutto al popolo italiano dalla memoria sempre troppo corta, dedico le più belle parole che sulla Costituzione siano mai state pronunciate, quelle di Piero Calamandrei:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione”

  torna indietro