Direzione didattica di Pavone Canavese

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SPUNTI DI RIFLESSIONE
SULLA DIDATTICA DELLA RICERCA IN STORIA

di Rosalia Ferrero

 

PREISTORIA O FIABA?


Non di rado i testi di storia, in modo specifico quelli di scuola elementare, nel momento in cui affrontano temi connessi alla preistoria, si rivelano approssimativi, generici, fantasiosi.

In effetti appare utopico affrontare sistematicamente, a livello elementare, lo studio di una tematica sconfinata che abbraccia i milioni di anni e nella quale si intrecciano i problemi dell’evoluzione della specie umana, della lotta per il dominio dell’ambiente, del progredire delle tecniche, dello sviluppo del linguaggio, dell’affermarsi della struttura sociale ed economica, dell’incontro con i misteri della sacralità e della morte.

Dal momento che il primo approccio alla macrostoria avviene generalmente in terza classe, con bambini ancora permeati dal fascino della fiaba, gli autori si sentono autorizzati a fare ampio ricorso all’elemento fiabesco. Ne deriva una localizzazione indefinita, una temporalizzazione incerta e di breve respiro, uno scenario da "Jurassic Park": il tutto induce il bambino ai più pittoreschi anacronismi, quasi che i "primitivi" convivessero con i dinosauri.

Dal canto loro, i "media" non sempre contribuiscono gran che a suggerire quadri concettuali attendibili, nella misura in cui giocano su quella complice commistione di fantasia e di realtà che cattura indubbiamente l’interesse del bambino, ma non crea consapevolezza critica degli eventi e dei problemi.

Per questi motivi le argomentazioni che seguono si propongono innanzitutto come spunti di riflessione per l’insegnante sul come la storia mutui dalla scienza metodi e tecniche d’indagine e si fondi sostanzialmente sull’analisi delle fonti e sulla logica delle ipotesi, ancorchè la verifica delle stesse rappresenti l’impresa più ardua per lo storico di professione. Il quale, come si conviene all’uomo di scienza, non dà risposte azzardate ai molti interrogativi che egli stesso si pone: o riesce ad inferire sulla base di dati ad alto grado di attendibilità, oppure si limita ad enunciare le molte ipotesi possibili, demandandone la soluzione agli studiosi del futuro.

La verità, come è noto, è figlia del tempo ed è pertanto ipotizzabile che tecniche d’indagine innovative possano scoprire ciò che prima era ignoto, modificare teorie che in precedenza apparivano incontrovertibili.

Un primo spunto di riflessione può derivare da un esempio che si presti in maniera chiara ed appropriata ad illustrare quanto sopra enunciato.

 

L’UOMO DEL SIMILAUN
La scoperta

 

Nel settembre 1991 due turisti tedeschi scoprono, ai piedi del ghiacciaio del Similaun in Val Senales, una valle tributaria della Val d’Adige, i resti di un corpo umano che emerge parzialmente dal ghiaccio, scioltosi per il forte aumento della temperatura estiva. Il luogo del rinvenimento si trova a 3200 metri d’altitudine, presso il passo dell’Hauslabjoch, che mette in comunicazione l’Italia con l’Austria.

Il corpo dell’uomo appare a tutta prima nudo, ma, all’atto della rimozione, si scoprirà che l’abbigliamento e l’equipaggiamento, verosimilmente strappati e lacerati dagli agenti atmosferici e dall’azione del ghiacciaio in movimento, sono rinvenibili nel raggio di qualche metro.

Lo stato di conservazione della salma appare buono: le carni hanno subìto un processo di mummificazione, in quanto il ghiaccio risulta non averlo ricoperto se non dopo alcune settimane dalla morte, consentendo in un primo tempo al vento gelido di penetrare il sottile strato di neve asciutta e permeabile. Essendo il corpo adagiato in un avvallamento roccioso, si suppone che l’acqua di scioglimento della neve si sia trasformata in una sorta di involucro di ghiaccio che avrebbe in qualche modo protetto il corpo, impedendo al ghiacciaio, che nel corso dei millenni vi si sarebbe sovrapposto per alcune decine di metri, di dar luogo ad un processo di "saponificazione" delle carni.

La "mummia" viene recuperata poco dopo il ritrovamento e trasferita presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Innsbruck.

Quivi l’uomo del Similaun viene sottoposto ad una lunga e minuziosa serie di analisi radiologiche, ecotomografiche, chimiche, condotte da un’équipe medica. Ben presto comunque ci si rende conto dell’interesse archeologico della scoperta e pertanto le successive analisi, affidate a geologi, glaciologi, paleontologi, si incrociano con le precedenti e vengono coordinate dal prof. Spindler, direttore dell’Istituto di Preistoria e Protostoria della stessa Università.

I dati, le notizie e le ipotesi formulate traggono spunto dal testo bilingue (italiano e tedesco) di Emilia Taraboi, "L’Uomo del Similaun", Athesia - Werkstatt, 1998, che sintetizza le relazioni delle analisi degli studiosi menzionati.

Le analisi al radiocarbonio fanno risalire la morte dell’uomo del ghiacciaio ad un periodo compreso fra il 3350 ed il 3100 A.C., periodo che gli storici indicano come Età del Rame e che intercorre fra il Tardo Neolitico e l’Età del Bronzo.

La sua cultura di appartenenza è simile a quelle diffuse nel periodo neolitico nell’arco subalpino, ed in particolare richiama quella di Remedello nel Bresciano. E’ verosimile che tra gli abitanti della Val Venosta e quelli di Remedello siano intercorsi scambi di merci e di manufatti: lo farebbe supporre la forma dell’ascia rinvenuta presso la salma dell’uomo del Similaun, del tutto affine a quelle ritrovate in alcune tombe di Remedello.

L’età dell’uomo, dai 30 ai 40 anni, sarebbe desumibile dallo stato di abrasione dei denti, mentre l’analisi delle suture craniche suggerirebbe un’età compresa fra i 25 e i 30 anni: lo scarto si spiegherebbe col fatto che i denti di un uomo del tardo neolitico sarebbero particolarmente erosi, in quanto abituati a mordere carni affumicate, indurite e coriacee.

La statura del nostro uomo è modesta (159 cm), ma risulta comune a quella delle culture cui si è accennato; la corporatura robusta fa supporre che egli abbia condotto una vita particolarmente dura e faticosa: lo si dedurrebbe dai vari segni di fratture pregresse, rinvenibili in varie parti del corpo. I resti dell’abbigliamento, di pelle e di pelliccia, fanno supporre che egli praticasse, e non solo occasionalmente, la montagna.

 

Chi era l’uomo del ghiacciaio?

La "mummia" è ora esposta nel Museo Archeologico di Bolzano, dopo sei anni di indagini atte a stabilire se il luogo del ritrovamento fosse di pertinenza austriaca o italiana, ed attira folle di visitatori italiani e stranieri.

Sul mestiere che il nostro uomo del ghiacciaio potrebbe avere esercitato, il Prof. Spindler e la sua équipe formulano ben sette ipotesi, sulla base dei dati rilevati e delle conoscenze possedute in tema di tardo neolitico.

I dati vengono desunti prevalentemente dall’equipaggiamento, tra cui un’ascia, un arco non ultimato, delle frecce danneggiate contenute in una faretra, i resti di una gerla in legno, un pugnale con fodero, una borsa a forma di marsupio, frammenti di una rete, schegge d’osso, resti di carbone vegetale, esche varie per attizzare il fuoco, una perla di marmo collegata a lacci di cuoio.

Queste dunque le ipotesi formulate:

L’uomo del Similaun poteva essere:

Per convalidare o confutare le diverse ipotesi, Spindler adduce le seguenti argomentazioni.

 

Era un rinnegato?

L’ipotesi si presta ad essere confutata da vari elementi. Nel periodo che precedette la sua morte egli sarebbe venuto a contatto con altri uomini: lo dimostrano la buona qualità dei suoi indumenti e di parte del suo equipaggiamento, nonchè le riparazioni, verosimilmente recenti, che vi sarebbero state apportate. Inoltre i resti di granaglie rinvenute fanno presumere che egli si sia trovato in un villaggio non lontano durante il periodo del raccolto.


Era uno sciamano?

Lo farebbero supporre taluni reperti come la perla di marmo, l’unico oggetto di utilizzo non immediato, oppure i tatuaggi rinvenuti sul corpo.

Ma i reperti indicati non sono sufficienti a dimostrare la veridicità di tale ipotesi: in effetti una singola perla di marmo, che viene sovente rinvenuta nelle tombe preistoriche, potrebbe essere un semplice amuleto e non invece un utensile sciamanico (uno sciamano avrebbe avuto con sè un intero armamentario).

Per quanto riguarda i tatuaggi praticati a suo tempo in varie parti del corpo, essi potrebbero avere avuto un’origine terapeutica o rituale: essendo stati rinvenuti nelle parti più soggette allo sforzo, avrebbero potuto contribuire a rinforzare determinati muscoli, o quanto meno a darne l’illusione.


Era un cercatore di minerali?

Le più antiche testimonianze di attività minerarie risalgono alla più recente Età del Bronzo, ma non si esclude che venissero praticate già durante l’Età del Rame.

Tuttavia l’ipotesi che il nostro uomo si sia diretto al Passo dell’Hauslabjoch alla ricerca di minerali da estrarre e successivamente da fondere e da barattare è da considerarsi poco probabile, in quanto le complesse tecniche della ricerca e dell’estrazione avrebbero richiesto indubbiamente l’azione congiunta di più individui.


Era un commerciante?

L’equipaggiamento suggerirebbe l’ipotesi di baratti connessi all’attività venatoria: la rete per la presunta cattura di uccelli, le schegge d’osso di stambecco, l’ascia, il pugnale, la lama raschiatoio, la punta di corno, sono utensili che in qualche modo avevano a che vedere con la caccia, in quanto servivano sostanzialmente a scuoiare l’animale ucciso.

Ma gli oggetti rinvenuti sono pochi per servire ad un baratto; inoltre occorre non sottovalutare il fatto che l’ascia e l’arco potessero servire altresì come mezzo di difesa contro animali o uomini ostili.

 

Era un contadino?

Lo farebbero supporre le sementi e le granaglie trovate accanto al suo corpo. Con ogni probabilità egli sarebbe venuto a contatto, poco prima della sua morte, con una comunità agricola in cui avrebbe verosimilmente svolto determinati lavori, anche solo come avventizio.

L’ipotesi si rivela tuttavia poco probabile, in considerazione del fatto che gli indumenti pesanti di cui era rivestito denotano l’intenzione di trascorrere un non breve periodo lontano dal villaggio, cosa insolita per un contadino, il quale di norma non abbandona la sua terra in un periodo in cui, ultimato il raccolto, occorre immagazzinarlo per l’inverno.


Era un pastore?

E’ da considerarsi l’ipotesi più probabile.

E’ noto come da almeno 4000 anni gli abitanti della Val Senales fossero soliti utilizzare i prati del crinale alpino, in particolare quelli della valletta dell’Oetztal, come pascoli per pecore e capre. E’ ipotizzabile altresì che venisse praticata la transumanza attraverso il passo del’Hauslabjoch.

L’ipotesi dell’uomo pastore, a cui venne attribuito il nome di Oetztly (verosimilmente da Oetztal), è suffragata dall’abbigliamento adatto alle temperature notturne, di norma basse anche nel periodo estivo, nonchè dagli utensili di cui poteva servirsi per procurarsi altra carne, o per difendere sè ed il suo gregge dai vari potenziali pericoli.

 

 Quali furono le cause della sua morte?

Ciascuna delle sette ipotesi sul mestiere che potrebbe aver praticato Oetzly si presta, in misura maggiore o minore, ad essere validata o falsificata sulla base dei dati rilevati e/o delle conoscenze a disposizione.

Per quanto riguarda invece le cause e le circostanze della sua morte, il Prof. Spindler formula un’ipotesi che considera egli stesso una mera congettura.

Egli ci offre dunque, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di verificarne la fondatezza scientifica, una descrizione affascinante e quasi romanzesca della fine del nostro uomo.

Sorpreso da una bufera di neve, in uno stato di estrema spossatezza, egli avrebbe cercato riparo in una conca rocciosa, parzialmente protetta dal vento, ma non adeguata a proteggerlo dagli agenti atmosferici. Quivi si sarebbe sdraiato, si sarebbe assopito e sarebbe morto per assideramento.

La morte non violenta di Oetztly è dimostrata dal fatto che il suo corpo non presenta tracce di ferite verosimilmente mortali.

A questo punto si fa strada un’osservazione: in circostanze normali Oetztly, da esperto montanaro, non si sarebbe avventurato sino a quell’altezza sul finir dell’estate, se non fosse stato minacciato da un pericolo incombente. E che abbia risalito in un tempo verosimilmente breve il sentiero del passo è dimostrato dalla presenza, accanto al suo corpo, di resti di carbone vegetale proveniente da piante che crescono a varie altitudini, dall’olmo al salice a vari tipi di conifere (l’uomo avrebbe acceso fuochi ad altezze diverse lungo la salita).

E qui entriamo nel vivo della congettura.

Al primo sentore dell’autunno, come rivela la presenza di determinati pollini, prima della caduta della prima neve, il pastore Oetztly, dopo aver trascorso l’estate nelle vicinanze del colle, avrebbe radunato il suo gregge per far ritorno a valle, nel suo villaggio dell’Alta Val Senales, forse in compagnia di altri pastori.

I resti della trebbiatura rinvenuti accanto al corpo fanno supporre che, verso la metà di settembre, egli sia giunto incolume al villaggio, dove il raccolto si sarebbe concluso e sarebbe stato in procinto di essere immagazzinato per il lungo inverno.

Da quel momento in poi si sarebbe verificato un evento drammatico che avrebbe costretto Oetzly a cercar rifugio sulla montagna, lungo i noti sentieri della transumanza. Nella fuga egli avrebbe perso o deteriorato una parte dell’equipaggiamento, tra cui l’arco ed alcune frecce.

Quale potrebbe essere stato l’evento? Durante la sua assenza estiva dal villaggio potrebbero esser mutati i rapporti di potere al suo interno. Oppure Oetztly avrebbe potuto compiere, al suo ritorno, una violazione delle leggi della comunità. Oppure ancora una catastrofe (un saccheggio, uno sterminio ad opera di un gruppo rivale) potrebbe aver colpito il villaggio ed egli ne sarebbe a mala pena scampato.

Quel che realmente provocò la morte dell’uomo del Similaun probabilmente non lo sapremo mai: qui la scienza tace e lascia spazio, almeno per ora, ad ogni altra possibile congettura 

 

QUALCHE SPUNTO DIDATTICO

Le vicende variamente ipotizzate della vita e della morte dell’ uomo del ghiacciaio si prestano a tracciare un quadro affascinante della vita quotidiana del Tardo Neolitico.

Pertanto la riflessione - più o meno semplificata ed elementarizzata- su talune delle ipotesi formulate può trovare spazio a partire dal secondo ciclo della scuola elementare, a condizione che gli alunni siano stati preliminarmente formati a problematizzare e a non assumere in forma apodittica ed acritica alcun dato narrativo o espositivo.

Ciò che va messo prioritariamente in rilievo concerne comunque l’impostazione metodologica delle argomentazioni addotte per validare o confutare le varie ipotesi formulate.

In modo particolare deve farsi strada l’esigenza che, sin dal primo approccio alla storia in quanto tale, l’alunno venga orientato a discernere ciò che è provato dai dati desumibili direttamente dalle fonti da ciò che si presta ad essere sottoposto al vaglio delle ipotesi e da ciò ancora che può essere frutto di mere congetture.

Il comprendere come il lavoro di uno storico si fondi sostanzialmente sull’analisi articolata delle fonti si pone alla base di ogni possibile conoscenza, in quanto la storia così intesa altro non è se non una dimensione della scienza, della quale condivide specifici metodi e tecniche d’indagine.

L’immagine del bambino "piccolo storico" può rappresentare dunque un mito, qualora lo si voglia ritenere idoneo a condurre autonomamente delle indagini in miniatura, ma può diventare una reale prospettiva, nella misura in cui gli sia dato comprendere come e perchè l’indagine sulle fonti venga esperita proficuamente in una logica di interazione di uomini di scienza di varia origine e specializzazione, che desumono le rispettive metodiche dall’angolatura loro propria.

Di fatto la minuziosa specificità delle analisi praticate su un reperto insolito ed irripetibile, quale può essere la mummia del Similaun, si presta unicamente a far comprendere in qual modo la ricerca storica venga prodotta ed elaborata per essere scientificamente credibile e corretta ed inoltre come la metodologia praticata consista in un intreccio sistematico di ipotesi e di possibili inferenze.

Il documento, considerato nella sua accezione più vasta (fonte materiale, iconografica, orale, testuale), rappresenta, all’origine della ricerca, una mera traccia, da sottoporsi ad un procedimento di contestualizzazione, d’integrazione, di raffronto.

Avendo, per natura sua, un significato non immediatamente percepibile, occorre interrogarlo. E’ necessario cioè situarlo nello spazio e nel tempo, sottoporlo ad una prima analisi globale al fine di ricavarne informazioni dirette, farne oggetto, in un secondo tempo, di ipotesi interpretative, valutare infine la fondatezza delle stesse attraverso lo scambio di opinioni, la mediazione adulta, il ricorso ad eventuali esperti, l’interrogazione di fonti integrative e di opportune più ampie documentazioni.

L’indagine storica iniziale, pur nella sua elementarità, dovrebbe in tal senso mirare a tracciare una descrizione sintetica e significativa dell’evento, ad evidenziare il problema o i problemi che vi si connettono, a formulare ogni possibile ipotesi inferenziale, ad isolare quella ritenuta più plausibile e probante, ed infine a tentar di descrivere il procedimento seguito.

L’obiettivo, non facilmente esperibile a livello di scuola elementare; appare più definito e praticabile nella scuola media.

Ma occorre in ogni caso, fin dagli esordi, mirare a dar corpo e sostanza a quel procedimento euristico e metacognitivo che costituisce l’essenza della maturazione di base del concetto di storia.

Nello specifico della tematica trattata emerge un quadro dai contorni chiari, quale può situarsi in uno spazio delimitato ed abbracciare un arco temporale che non pretende di esplorare le profondità della preistoria sovrapponendo e confondendo le ère.

La narrazione traccia un affresco realistico e nel contempo affascinante di una cultura remota, in cui si intrecciano elementi riguardanti il cibo come il vestiario, le tecniche lavorative come quelle difensive, i rapporti sociali come i riti propiziatori.

Nulla vieta che una didattica seria, ancorchè condotta a livello elementare, intrecci elementi di verità, di verosimiglianza, di congettura, e possa sconfinare nel fascino della leggenda, del mito, del fiabesco.

L’importante è che il bambino sia formato a discernere i vari tipi di linguaggio ed i vari livelli di verosimiglianza e sia in tal modo orientato a rendersi conto della funzione che essi esercitano in un contesto in cui i dati scarseggiano e molto è lasciato all’immaginazione ed al coraggio della formulazione delle ipotesi ardite.