PavoneRisorse

SCUOLA OGGI: Documenti e interventi sulla  politica scolastica della XVII legislatura

08.03.2014

La lezione di Mario Lodi
di Enrico Bottero


Per quelli della mia generazione il maestro Mario Lodi è stato un punto di riferimento,  un esempio da seguire per perseguire una prospettiva di cambiamento di una scuola libresca, selettiva ed autoritaria. La generazione di Lodi, quella che era uscita dalla guerra e aveva promosso la Costituzione repubblicana, aveva gettato le basi di un cambiamento della società italiana. Senza di loro la stagione degli anni Sessanta e Settanta, che ha visto importanti cambiamenti nella scuola italiana (i Decreti Delegati, le leggi sull’integrazione, il tempo pieno, ecc.) non avrebbe potuto esistere. Noi lo sapevamo. A Mario Lodi dobbiamo dunque molto. Ci ha ricordato che insegnare è soprattutto un “mestiere”  che ti mette in gioco in quanto persona. Il termine “mestiere” è visto in modo negativo nella nostra storia nazionale, a tradizione corporativa, dove al vertice stavano le “professioni” liberali. Non a caso ancor oggi molti insistono perché l’insegnamento sia riconosciuto come “professione”, segno evidente di maggior prestigio sociale. Io utilizzo invece il temine “mestiere” proprio per riabilitare il sapere pratico cui oggi anche la ricerca riconosce autonomia e dignità. Mario Lodi ci ha fatto pensare che non è possibile esercitare questo mestiere  senza guardarsi dentro, senza sentire una forte responsabilità nei confronti delle generazioni a venire, di un’umanità che è esistita prima di noi e dovrà esistere, in meglio, dopo di noi. L’educatore, ci ha detto Mario Lodi, deve essere generoso. Generoso, non perfetto, perché è uomo o donna come gli altri. 

Mario Lodi  è stato anche uno dei principali testimoni della pedagogia attiva in Italia, in particolare quella che faceva riferimento al Movimento di Cooperazione Educativa. La principale acquisizione di quella stagione è stata la convinzione che, per far acquisire un reale apprendimento, è necessario rendere l’allievo attivo, protagonista della sua stessa educazione, secondo il noto detto rousseauiano.  Oggi sappiamo che la pedagogia del progetto è la condizione necessaria, ma non sufficiente per permettere un’attività intellettuale. Di qui tutti gli sviluppi di una pedagogia del problema che, a partire dalla motivazione, si propone di far costruire nuovi apprendimenti. Quell’affermazione iniziale, tuttavia, resta valida. L’insegnante ha la responsabilità di mobilitare gli alunni, mettendoli nelle condizione di agire impegnandosi direttamente a comporre, scrivere, disegnare, costruire. Ha anche il diritto/dovere di collaborare con i suoi colleghi perché solo insieme si cresce e si fa progredire il saper insegnare. Tutto ciò va ricordato soprattutto oggi che i metodi trasmissivi ritornano sotto mentite spoglie.

Mario Lodi non nascondeva la sua appartenenza al mondo della sinistra. Questo mondo, perlomeno ai suoi vertici politici, quelli dell’allora Partito Comunista, era  prevalentemente di cultura gramsciana e ancor più togliattiana.  Ha continuato per molti  anni a parlare di “educazione democratica, “genitori democratici”, dove per democratico si intendeva legato al partito Comunista (con il corollario implicito che gli altri democratici non lo fossero).  Il tema era infatti, attraverso il rinnovamento dell’educazione, la conquista di un’egemonia politica.Il Partito prima dello Stato, il sistema prima dell’individuo.  Come sappiamo nel corso degli anni quel mondo della sinistra si è sfaldato come neve al sole. Ha messo definitivamente in soffitta le verità di partenza che ci ricordavano Mario Lodi e Bruno Ciari, già peraltro mal tollerate, e ha continuato a privilegiare il sistema, la massa  sulle  singole persone. Con un salto mortale   si è però consegnato ad un sistema  educativo fondato sulla competizione tra individui e tra scuole, ad una confusione tra scuole pubbliche e private. Liberisti senza esser mai stati liberali.

Mario Lodi non comprendeva questo nuovo mondo in cui competizione e consumismo sono le nuove parole d’ordine. Per questo si impegnò con vigore nella critica alla pedagogia massificante della televisione (v. "A TV spenta. Diario del ritorno", Einaudi), rinunciò alla presenza mediatica e ritornò al lavoro dal basso, con le persone e gli educatori.   Recentemente egli  ha scritto: “Io penso che per gli educatori autentici niente è impossibile: se noi offriamo ai bambini una scuola capace di trasformare le diversità in valori positivi, può avvenire il cambiamento della società al suo interno. Soltanto così i bambini d'oggi, che la società ha formato a sua immagine secondo le regole attuali fondate sul consumismo e la competizione, possono diventare cittadini responsabili, motivati, educati. Un bambino che nasce è un cittadino libero che ha diritti e doveri: li può esercitare da subito nella piccola società democratica che è la scuola nuova: non una scuola che esclude, boccia, giudica con i voti, ma una che accoglie come amici i bambini, dà loro la parola, stabilisce regole condivise, promuove le capacità di ciascuno attraverso una valutazione formativa”.

Ne “Il paese sbagliato” aveva scritto  alla sua alunna Katia “...tu sai per esperienza diretta che dove c’è la prova oggettiva dell’esame uguale per tutti non si tiene conto del punto di partenza di ognuno, dei talenti e degli sforzi compiuti dall’handicappato”. Per Mario Lodi la valutazione o è formativa o non è. Una valutazione appiattente e selettiva forse serve alla società (certamente ad una società fondata sull’egemonia del mercato), non certo all’emancipazione del soggetto. Mario Lodi non voleva “una scuola fatta per  formare uomini-servi ma uomini liberi”. L’educatore guarda alle aspettative della società ma anche all’emancipazione delle persone. Quando la società opprime la scelta dell’educatore è obbligata, è quella dell’uomo libero. Lodi era dunque  un liberale (nel senso di un’attribuzione di priorità ai diritti dell’individuo) ma non un liberista. E’ bene ricordarlo oggi, proprio per non snaturare la sua grande lezione appiattendola nella retorica celebrativa. Credo che glielo dobbiamo.

Per approfondimenti v. il sito dell’Associazione culturale senza fini di lucro Casa delle Arti e del Gioco” fondata da Mario Lodi:
http://www.casadelleartiedelgioco.it

 torna indietro