Direzione didattica di Pavone Canavese

A margine del film, appunti di un viaggio ...

 

Uno spirito si aggira per l'Argentina; non è la decadenza, ma di questa mantiene la stessa patina di melanconia.
La nazione sudamericana orfana della sua frontiera, spezzata dallo spartiacque del proceso militar, si trova a fare i conti con il proprio passato, ma anche con un presente che non prospetta futuri allettanti.

La presenza della polizia in Argentina è ancora soffocante, ma le persone con cui mi è capitato di parlare durante un mio soggiorno di qualche anno fa in quella terra, alle quali indicavo stupita i poliziotti all'ingresso delle città, delle provincie, prima dei ponti (massiccia nei pressi del Ponte Belgrano tra Resistencia e Corrientes, spiegabile con il fatto che il Paranà è una via di traffici illeciti dal Paraguay), dovunque nelle città, mi hanno rassicurato, dicendo che non è la Polizia Provinciale a intimorire, quanto quella Federale; e comunque, forse per leggerezza, non si ritiene possibile un ritorno della dittatura.
Per terrorizzare è sufficiente il ricordo di ciò di cui si è dimostrato capace l'Esercito.

Un episodio raccontatomi è esplicativo: per agevolare l'oblio del periodo di torture, le caserme in cui queste avvenivano sono state demolite o destinate a funzioni diverse, per evitare pellegrinaggi come ad Auschwitz e continuare l'opera di rimozione revisionista. Uno dei posti di polizia è stato riciclato come parcheggio coperto. Il protagonista dell'agghiacciante esperienza è un uomo che per due anni fu desaparecido e subì le violenze dei militari proprio in quella caserma, a pochi passi da dove la moglie attendeva sue notizie. Una sera si trovò casualmente a riparare l'auto in quel garage. Scomparve la luce, mentre lui era dentro, venne colto dallo stesso terrore provato durante la segregazione, che gli impedì ogni movimento: fu la moglie allarmata dal ritardo a consentirgli di rincasare.

Probabilmente la sudditanza inculcata dalla ingombrante presenza dei militari nella storia argentina è cagione di questo atteggiamento di sopportazione, teso a frapporre invisibili barriere nello scorrimento parallelo della vita civile, che alla presenza di un'autorità tende a rendersi il meno visibile possibile, anziché protestare: qui le ribellioni sono state soffocate nel sangue, a nord (l'ERP organizzato nei primi anni '70 nella provincia di Santiago) come nelle mattanze del sud (la rivolta anarchica dei minatori e dei pastori di Rio Gallegos nella Patagonia del '21 fu l'ultima delle ribellioni al latifondo); e probabilmente la brutalità della repressione rimane nei cromosomi, appiattendo le scelte sul male minore, dal quale non ci si aspetta nulla.
Nessuno immagina ci siano reali possibilità di cambiamento e spesso si fa risalire lo scetticismo al peccato originario justicialista, ovvero l'incapacità del Paese di liberarsi della demagogia populista.

Fanno eccezione civilissime e caparbie dimostrazioni degne di rispetto, che incarnano l’anima argentina perennemente in attesa che sia resa un po’ di giustizia, puntualmente disattesa: ho visto insegnanti (categoria missionaria in Argentina, per i disagi e le condizioni in cui opera) fare lo sciopero della fame sotto un tendone montato davanti al Parlamento; madri in Plaza de Mayo, pronte ogni giovedì a rinnovare la loro testimonianza disperata, eppure serena, consapevoli della definitiva scomparsa dei loro cari.

Nonostante l'efficace scolarizzazione di massa in un territorio così esteso e spopolato, che prevede scuole dotate di letti per le notti di tregenda nel Chaco per gli scolari che abitano a 30 km di distanza, trasporti semi-gratuiti nell'estate patagonica per gli studenti, e benché le Università garantiscano un'ottima preparazione, la causa della progressiva emarginazione culturale dell'Argentina è dovuta probabilmente alla brutalità censoria dei generali golpisti e alla sudditanza agli USA.
Il governo di Menem sta stravolgendo il volto del Paese con ritmi incalzanti per conto degli organismi di controllo internazionali: escludendo i beni di prima necessità (affitti e cibo), tutto il resto risulta carissimo: sanità pubblica inesistente e cultura in primis.
Gli enti mutualistici privati giungono a pubblicizzare concorsi per settimane di vacanza in palio tra coloro che si associano a prezzi stratosferici, 7$ è il costo di un ingresso al cinema, prezzi italiani per i libri e i CD. Fuori della portata dei salari medi locali (un operaio guadagna mensilmente 600 dollari, un impiegato circa 800 e un ingegnere 1000, un pensionato non è autonomo con i 120 $ della previdenza di un paese privo di qualunque copertura), ma caro anche per un occidentale, che si trovi a dover affrontare la carenza di mezzi di trasporto forniti a prezzi proibitivi (compagnie aeree private in mano a sostenitori del Presidente, dotate di quadrimotori da film: autentiche carrette volanti) e i balzelli medievali imposti dalle ditte privatizzate, addirittura sui nastri di scarso asfalto in mano a centri di potere.

Dopo aver alienato le enormi estancias patagoniche, i giacimenti, le aziende energetiche, lo Stato ha addirittura svenduto le strade, subito costellate di caselli di pedaggio dai privati; lo scandalo in questo caso è l'assenza di alternative. Infatti esistono piste per auto (non autopiste), in particolare nel nord e nel profondo sud, talvolta asfaltate, non sempre dotate di due corsie, che rappresentano l'unica via di comunicazione tra due città capoluogo di provincia, e sono a pagamento!
Il disprezzo per la libertà di movimento di un popolo vessato dai bassi salari della globalizzazione (la Fiat ha dimezzato il compenso medio, minacciando di ritirare la sua presenza, spostandosi in Brasile e subito le altre multinazionali si sono accodate) è tale che la disobbedienza civile si esprime con il rifiuto di fermarsi ai caselli di quelle strade; ed i giovani esattori quasi mai denunciano il fatto.
Il monopolio privato ha imposto una frenesia e una cupidigia più accentuate che altrove: qualsiasi minima richiesta produce uno scatto nella tariffa; la gente non è ancora del tutto trasformata in robot dediti alla accumulazione di denaro, come dimostra la solidarietà dei casellanti, ma il tentativo di normalizzarla, conglobandola nel peggiore standard nordamericano è forte. É come vivere costantemente vincolati ad un tassametro.

L'Italia attuale in via di "normalizzazione" á la D'Alema e l'Argentina si somigliano, ma il paese sudamericano conosce contemporaneamente il disagio di vivere in un'atmosfera simile al nostro dopoguerra, quasi che qualsiasi fascismo, a qualunque latitudine lasci fatalmente l'identica eredità di sottosviluppo: stesse lotterie truffaldine, simili borseggiatori, medesimo degrado sociale, ma soprattutto uguale disorientamento e scollamento della comunità; gli abitanti si trovano a lottare con una struttura mirata a trasformare volutamente a tappe forzate e nel profondo le abitudini e i gusti degli argentini, punitiva verso qualunque forma di solidarietà; l'intento principale dei giustizialisti è produrre cittadini occupati a passeggiare tra l'Avenida Florida e Corrientes a Buenos Aires, passando da uno shopping center all'altro (i ricchi sempre più ricchi), o a sopravvivere nell'indigenza (la maggioranza).

Come mai ancora molto tempo dopo il rientro da un paese condannato allo sfruttamento delle sue risorse da parte dell'Occidente avanzato colonialista rimane nelle orecchie, straziante, la richiesta dei ragazzini che vivono la periferia latino-americana?

É un'implorazione uguale a tutte le latitudini, in ogni nazione: "Solo una moneda, por favor"

 

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